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Na strende m'agghje 'ndise atturne o core / de fueche. Na u fa cchjù, ca pozze more. Da “Nu viecchju diarie d'amore” di Pietro Gatti

lunedì 27 aprile 2015

A proposito di Xilella fastidiosa e DINTORNI

Ricevo e pubblico volentieri

A proposito di Xilella fastidiosa e DINTORNI

Premetto di non essere né agronomo, né esperto di fitopatologia, né di entomologia, né catastrofista e né tantomeno nutro alcuna pretesa di fare scuola a nessuno. Vorrei invece approfittare della mia esperienza maturata in tanti anni di professione ospedaliera, per sviluppare un discorso circa la microbiologia degli ambienti ospedalieri che, a mio modesto parere, seppur molto diversi per dimensioni e per caratteristiche generali, presentano non poche analogie con l’ambiente agricolo in cui vanno diffondendosi pericolose infestazioni a carico di specie fungine non ben identificate e soprattutto di Xilella fastidiosa, nella speranza che il mio piccolo contributo sia messo a disposizione del dibattito in corso, sul batterio (E DINTORNI) che tante preoccapazioni sta spargendo tra gli agricoltori, tra gli agronomi, tra i fitopatologi e studiosi vari e tra tutti i semplici cittadini che hanno a cuore i territori, le numerose colture e la cultura stessa della nostra amata Puglia.
Fatta questa breve premessa, vorrei parlare di ciò che avviene in ambiente ospedaliero, ma soprattutto in alcuni ambienti in particolare, sto parlando ad esempio dei Centri di Terapia Intensiva (ma non solo), dove normalmente vi albergano pazienti le cui funzioni vitali appaiono quasi sempre gravemente compromesse, tanto da restare attaccati alle apparecchiature elettromedicali, spesso per mesi, quando non per anni interi. I medici ospedalieri sanno bene il rischio che questi pazienti corrono, e sanno bene che una buona percentuale di essi è destinata ad andare incontro a morte sicura, conseguente cioè a infezioni contratte stando nel letto ospedaliero. Le infezioni ospedaliere, lo ricordo, sono tra le peggiori che ci siano e sono a carico di agenti infettanti, quali batteri (per comodità utilizzo solo questo termine), che hanno una particolarità, sono batteri cioè che hanno acquisito una resistenza più o meno marcata verso gli antibiotici, chiamata anche antibiotico-resistenza acquisita. Non poche volte, durante la mia professione, mi sono trovato di fronte a casi drammatici, in cui cioè non si riusciva a trovare un antibiotico, che fosse solo uno, a cui affidare le residue possibilità di combattere una infezione a carico di un batterio, divenuto nel tempo multiresistente (verso una batteria di antibiotici), nell’estremo tentativo di salvare la vita al malcapitato paziente di turno.

Il lettore deve sapere (mi rivolgo agli agricoltori e alla gente comune, soprattutto) che normalmente i batteri che sono presenti tra la popolazione (nei vari siti corporei, e in tutti gli ambienti domestici e non), che generalmente gode di un buono stato di salute, presentano una resistenza agli antibiotici (altrimenti chiamata antibiotico-resistenza) che generalmente è molto inferiore, detta così grossolanamente, a quella presentata dai batteri presenti negli ambienti ospedalieri. A cosa è dovuta questa differenza? È la lecita domanda a cui ora cercherò di rispondere. E’ stato detto più volte, ma lo ripetiamo ancora in questa sede e cioè l’antibiotico-resistenza acquisita (quella dei batteri ospedalieri), che continua a terrorizzare sempre più il mondo della sanità, è dovuta a continue esposizioni dei batteri da parte degli antibiotici utilizzati in sede di antibioticoterapia, spesso per necessità di salvare una vita umana, ma non meno spesso è dovuta all’utilizzo improprio che se ne fa degli stessi antibiotici. Questo è quanto avviene in linea teorica ed in generale, ma per comprendere meglio ciò che avviene nella pratica, dobbiamo ritornare in quei reparti ospedalieri, dove la somministrazione di antibiotici non conosce sosta ed è pratica durevole, come detto sopra anche mesi, quando non addirittura anni per uno stesso paziente. E’ proprio in questo reale continuo bombardamento verso i batteri mediante antibiotici che è insita la nostra risposta e cioè i batteri tendono per natura a difendersi dagli “attacchi” perpetrati dagli antibiotici, sviluppando, giorno dopo giorno, una resistenza crescente verso essi (si parla perciò di resistenza acquisita, cioè che i batteri prima non avevano), che non poche volte finisce per diventare pressocchè assoluta. In casi come questi l’antibiotico perde, drammaticamente per noi, la sua funzione di combattere il patogeno, risultando cioè inutilizzabile in sede di antibioticoterapia, come dire i sanitari perdono l’arma in loro possesso per risolvere positivamente una data infezione, che a quel punto può dimostrarsi letale verso il malcapitato paziente. Ed è proprio per questa ragione che l’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità)  si è preoccupata già da tempo di intraprendere un’opera di sensibilizzazione verso i responsabili della sanità delle varie nazioni, e quindi verso l’opinione pubblica, al fine di scoraggiare un improprio utilizzo degli antibiotici, così come purtroppo sta avvenendo già da tempo in occidente, cosa che potrebbe portare un giorno non molto lontano dai nostri ad una mancata e generalizzata disponibilità di antibiotici da utilizzare in futuro, per combattere le infezioni verso l’uomo delle generazioni che verranno.

                                                                                                                              Vito Elia